Come sopravvivere a un infarto.

infarto-babboartigiano

Sono ormai passati molti mesi da quando ho scritto l’ultima volta sul blog ma avendo pagato il nome del sito per due anni e avendo un hosting per un altro anno non è successo niente. Il web, la rete, come la definirebbero i giornalisti, non si è accorta della mia mancanza, figuriamoci, aggiungerei io.

Il motivo di tanto silenzio è tutto nel titolo di questo pezzo. Ho avuto un infarto, a soli trentacinque anni e sono sopravvissuto.

Non male vero? Ti ho lasciato di stucco eh?

Non è facile dire come ci si sente, anche se sono passati ormai quasi sei mesi dall’evento, la sensazione è strana. Quando sono uscito dall’ospedale la dottoressa che mi ha visitato per l’ultima volta mi ha detto che sono stato fortunato e che alla mia età chi ha la sfortuna di avere un’infarto spesso non la racconta. La giovane età a volte è un pregio e a volte un difetto, negli infarti l’età spesso è tutto. I casi di cronaca sono pieni di “ragazzi” della mia età che sono andati a correre, a fare due tiri a pallone, che stavano giocando coi figli e non ce l’hanno fatta. L’infarto arriva, ti blocca un dolore che è difficile da raccontare, la tua mente si spegne e prende il sopravvento il panico, un panico dettato dalla consapevolezza che qualcosa non sta veramente andando come dovrebbe. Senti arrivare l’ambulanza ma davvero non lo sai se questa volta ce la farai a riderne, dopo, con parenti e amici, non lo sai se il saluto che hai dato o non dato, come nel mio caso, ai bambini sarà l’ultimo della tua vita.

Partiamo dall’inizio.

Non ho mai voluto prendere la patente, ho sempre considerato le macchine un accessorio non indispensabile della vita moderna, i mezzi di trasporto pubblico in concomitanza con aerei, treni, autobus privati, taxi hanno fatto il resto. Sono riuscito a muovermi per mezzo mondo senza la tanto agognata patente a cui tutti i diciottenni “normali” aspirano.

Ecco, io questa grande pulsione per una scatola di latta non ce l’ho mai avuta, tuttora, che la patente ce l’ho, le macchine non mi piacciono più di tanto, non riconosco modelli o marche, non capisco un accidente di tutti quei dettagli tecnici che fanno “grande” una macchina.

Essendoci trasferiti ormai da qualche anno in un posto in cui la patente però serve per forza, per mancanza di mezzi di supporto pubblico, avendo sviluppato capacità da ninja con la mia compagna per riuscire a badare i bambini in assenza della mia patente, costringendo tutti a fare i salti mortali per organizzare i nostri spostamenti, alla blanda età di 35 anni ho deciso che era arrivato il momento di prendere il famoso foglio rosa e buttarmi a capofitto nello studio matto e disperatissimo del codice della strada.

Ti risparmio le grasse risate e anzi te le anticipo dicendoti subito che quando sono entrato nell’aula di scuola guida, come era prevedibile, mi sono messo a sedere in mezzo a sedicenni – diciottenni, alle prese con la grande sfida, patentarsi e non ammazzare nessuno.

Dopo aver seguito il corso della bravissima Chiara, insegnante di poco più di vent’anni, una mattina sono andato a fare l’esame di teoria, partito con il furgoncino dell’autoscuola insieme ad altri ragazzi ci siamo seduti davanti ai severi computer della motorizzazione e partito il test vero e proprio, ognuno ha dato il meglio di se.

A me, devo essere sincero, è andata bene, complice la preparazione ma anche la fortuna, ho dovuto compilare una scheda effettivamente facile, sono passato alla prima botta. Tam tam!!

Uno a zero per il vecchio leone che ha stracciato alcuni giovincelli che se la ghignavano sulla mia età.

Telefonata di rito a : compagna, babbo e mamma, fratello.

Complimenti e commozione per questo giovane uomo che tutti davano per disperso sulla via della motorizzazione.

Affrontato con stile la prova della teoria, rimontati tutti sul furgoncino, con stati d’animo diversi, felice chi come me era passato senza nessun intoppo, un po’ meno felice chi alla prova non era riuscito a dare il proprio meglio o semplicemente su cui il fattore C non aveva auto presa.

Arrivati quasi allo svincolo della superstrada che riconduce all’autoscuola comincio ad avvertire un dolore strano, persistente, oserei dire magnetico da quanto mi attraeva verso il baratro, all’altezza della scapola sinistra.

Un dolore strano, che via via che si manifestava si faceva sempre più intenso, sceso dal furgone, sono andato dritto verso il bagno dell’autoscuola, ho chiuso la porta con il paletto ma quando pochi secondi dopo ho vomitato ho avuto l’accortezza, forse un presagio, di riaprire la porta, togliere il paletto e bianco come un cencio dirigermi verso l’aula in cui si tengono i corsi dell’autoscuola.

Mi sono messo a sedere su di una sedia e li è cominciato il vero e proprio panico. Sono riuscito a prendere il telefono e ho chiamato la mia compagna dicendogli semplicemente che non stavo bene e se mi poteva venire a prendere.

Dopo aver riattaccato il telefono è cominciato il vero delirio, il dolore alla scapola si è fatto così forte da costringermi a strizzare i denti, le mie braccia si sono immobilizzate come se qualcuno ne avesse aspirato a forza il sangue, le mani contratte prive di sensibilità, aggrinciate in una posizione che non ho mai visto prima, completamente esangui e rattrappite su se stesse.

Poi è cominciata la sensazione di soffocamento, orribile, persistente e che si spandeva dal torso verso il collo dandomi la sensazione di mancanza d’aria, a quel punto il ragazzo che era venuto a vedere come stavo ha deciso di chiamare subito un’ambulanza perchè, come mi rivelerà alcuni giorni dopo l’evento, aveva visto succedere la stessa cosa a suo cognato il natale precedente, quando anche lui aveva avuto un infarto con le mie stesse modalità.

Ho sentito l’ambulanza arrivare, sono arrivati i ragazzi della misericordia, non dottori ma semplici volontari, la ragazza dopo avermi visto per alcuni minuti, mentre preparavano la barella mi ha detto di stare tranquillo e che quello che stavo avendo era un attacco di panico.

Mi ricordo bene di aver pensato che se quello era un attacco di panico, uaoh!, era una botta da niente!

Nel frattempo mentre l’ambulanza era arrivava anche la mia compagna era giunta al capezzale-sedia di questo povero moribondo-scemo. Devo dire con il senno di poi che ha dissimulato bene la sua preoccupazione e che, essendo un’infermiera, aveva capito che quello che stavo avendo non era affatto un attacco di panico ma se la cosa mi avesse fatto stare più tranquillo, poteva andar bene che io ci credessi.

Arrivato al pronto soccorso non ho aspettato un attimo mi sono fatto un’altra vomitatina in un telino e via dalla dottoressa che una volta sentito quello che gli raccontavo ha deciso immediatamente di farmi un elettrocardiogramma.

Appena il foglio dell’elettrocardiogramma è uscito dalla macchina, i volti accanto a me sono cambiati, un dottore ha preso da una parte la mia compagna e hanno confabulato per un secondo, la dottoressa che mi ha visitato ha preso il defibrillatore portatile, me lo ha piazzato tra le gambe sulla barella su cui ero steso e mi ha detto che andavamo a farci un giro in emodinamica. Sempre calma e tranquilla. Io invece non ero più tanto tranquillo mentre mi diceva che stavo avendo un infarto, non era proprio più tranquillo per un cazzo, la mattina ero uscito senza neanche salutare i bambini, era presto e non volevo svegliarli, adesso stavo andando in una sala operatoria a fare una cosa che neanche capivo e nella concitazione, cazzo, pensavo che era troppo presto per morire. Ché morire così a trentacinque anni, con due figlie e una compagna meravigliosa non era proprio il caso. Sopratutto visto i miei trascorsi.

Arrivato in sala, sono stato spogliato, mi hanno rasato pube e gamba destra, steso un paio di telini verdi addosso ed è cominciato la danza dei dottori e degli infermieri, chi a fare una cosa, chi a farne un’altra, nel mezzo io, attonito dalla situazione, con un macchinario bianco enorme che mi sparava radiografie sul petto mentre il dottore mi infilava nella femorale, passando accanto al pube, un sondino.

La verità è che mentre ti infilano il sondino non senti proprio niente, l’anestesia locale funziona alla meraviglia, era il rumore della macchina sopra di me, gli schermi in cui si vedevano muovere venuzze e arterie e la stessa situazione a preoccuparmi.

Mi sono accorto di non voler morire, non tanto per me, ché quando sei morto mica lo sai, tutto si spegne e non hai più da pensare a granchè, mi sono accorto di non voler morire per i miei bimbi e per la mia metà del cielo.

Mi faceva ridere anche pensare che se ci avessi tirato le cuoia in quella situazione sarei morto sul quel tavolo freddo, con la faccia al cielo, guardando un neon classico da ospedale, dove dentro si intravedeva la polvere accumulata dal tempo, mi faceva ridere e piangere al tempo stesso, mi faceva pensare che non siamo un cazzo nella moltitudine delle vite che abitano questo pianeta, siamo tutto per coloro che ci amano, non siamo niente agli occhi dell’universo.

Non ho pensato a dio, non mi sono raccomandato l’anima nè a dio nè al diavolo, non ho pensato a niente di ultra terreno, non ho avuto nessun ripensamento sul mio ateismo, non mi sono sentito in dovere di affidarmi a nessuno per cercare la salvezza, nè per quella terrena nè per quella dopo la morte, semplicemente non mi è venuto neanche in mente, nonostante da piccolo abbia frequentato la chiesa ed ancora oggi mi ricordi preghiere, canzoni e litanie di un culto che non ho sentito mai veramente mio.

Me ne sono andato un paio di volte durante l’operazione, durante l’inserimento dello stent cardiaco, un paio di volte mi sono sentito trasportare da qualcosa di strano, mi sono sentito come una lampadina la cui luce si affievolisce piano piano prima di spegnersi del tutto, ho sentito, forse, la vita scivolare via, non mi ricordo affatto alcuni momenti, non saprei dire con certezza se sono state le medicine che mi infondevano mentre mi operavano o se è stato altro.

Non ricordo con esattezza che cosa mi ha detto il dottore che parlava con me per monitorare le mie reazioni, mi ricordo bene la sensazione di nausea subito dopo un medicamento e la sensazione di freddo addosso a causa della temperatura della stanza, mi ricordo bene, anche oggi, i volti di chi mi ha salvato la vita, ricordo i loro nomi e gli sono grato per il loro lavoro.

In neanche due ore dall’attacco sono stato operato, messo a nuovo con uno stent medicato e spedito in una corsia di emodinamica dove ho condiviso una paio di giorni con un’allegra banda di malati i cui monitor di vigilanza dei parametri vitali non facevano nient’altro che suonare, dalla mattina alla sera, dal tramonto all’alba, dalla vita alla morte di un paziente.

Passata la fase critica e spedito in un’altro reparto per alcuni giorni, sono stato mandato a casa con la mia bella sacchettata di medicine, che prendo tutt’ora, alcune di queste mi accompagneranno per la vita, altre le lascerò nel corso della mia esistenza, alcune le ho già cambiate perchè incompatibili con il mio fisicaccio.

Questi mesi dopo l’attacco sono stati duri, i primi specialmente, quando non avevo neanche la forza di alzarmi dal letto o non riuscivo a fare una passeggiata senza sentirmi morire. Mi sono ammalato spesso e non ho aiutato molto in casa, ho sofferto di questa mia condizione fisica diversa, ho rinunciato a molte delle cose che mi davano piacere, prima fra tutte: il fumo. Gli strascichi psicologici ci sono ancora, spesso quando mi arrabbio o sono in tensione sento dei dolori strani al braccio, una volta sono stato portato di urgenza all’ospedale perchè ero completamente scompensato, con la pressione a mille e la sensazione di essere di nuovo in procinto di avere un’altro infarto. Non è facile dimenticare il dolore, non è facile far finta di niente, non è facile accettare di essere mortali.

Questa è tutta la storia, senza abbellimenti, senza fronzoli, una storia comune, di come una mattina ci si alza dal letto, si va a fare il proprio dovere e si rischia di non tornare più da moglie e figli, una storia banale di quelle che si sentono alla televisione (che fortunatamente non ho), una storia che dovrebbe insegnare qualcosa, prima di tutto a chi la vive, forse qualcosa anche a chi la legge.

Non voglio essere io però a insegnare qualcosa a qualcuno, lascio solo la mia testimonianza, piccola e insignificante se vuoi, grande per me e per quelli che mi stanno vicino.

Non capita sempre di avere due chances, io ho avuto una seconda possibilità, l’hanno avuto con me anche i miei figli, che avrei altrimenti lasciato dolorosamente soli per gli anni a venire, avrei lasciato sola anche la mia metà del cielo che amo moltissimo e a cui sono grato per molte cose che solo lei conosce, avrei causato, involontariamente, un dolore immenso ai miei genitori e a mio fratello. Sarebbe cambiato tutto nella nostra famiglia ma fortunatamente così non è stato.

Da tutta questa vicenda ho forse appreso molto, sicuramente ho imparato a non demandare a domani, a dire sempre alle persone che amo quanto siano importanti per me, ho smesso di fumare, ho iniziato una nuova vita.

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4 Comments

    • Grazie Silvano ma penso davvero di essere stato solo molto fortunato! Non ho nessun merito in questa cosa, forse, ho solamente una “fibra” robusta.

    • Ciao Flavia, grazie mille per gli auguri, scusa se ti ho fatto venire gli occhi lucidi, in fondo questo non era un articolo triste, era un articolo a favore della speranza e delle seconde opportunità.
      Che nella vita ci vogliono.
      Insieme anche a una bella dose di culo 😉

      A presto

      Giulio

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