Gruppi Whatsapp scolastici: il male!

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L’anno scolastico alla materna è cominciato ormai da alcuni mesi e avendo avuto esperienza, fino ad ora, solo con il nido comunale ci ha aperto un mondo totalmente nuovo, fatto di scioperi, riunioni sindacali solo di venerdì o lunedì mattina e gruppi whatsapp per “coordinare” e informare sulle attività scolastiche e genitoriali.

Molto bene dirai, uno strumento moderno per interagire con più facilità con le mille comunicazioni che arrivano dalle maestre. Un canale moderno per le comunicazioni casa/scuola, finalmente qualcosa si muove…

Effettivamente qualcosa si muove ma non quello che pensi. Si muovono infatti le chiacchere da bar, le richieste inutili, le gif di gattini e le stelline, i cuoricini e tutti quei discorsi che una volta erano relegati alle ciane da uscita, a tutti quei discorsi inutili e poco proficui con cui mamme e babbi all’uscita di scuola si intrattenevano aspettando che i figli uscissero dalle relative classi pronti a tornare a casa e a riportare un po’ di quel sano caos che solo un quattrenne con la sua infinita voglia di mobilità può fare.

Di per se i moderni gruppi di discussione non sarebbero sbagliati, alle circolari di carta si sono sostituiti i più veloci e immediati messaggi sul cellulare, è l’uso purtroppo che ne viene fatto a lasciarmi perplesso.

Questi gruppi diventano dopo poco dei veri focolai di stupidaggini, chiacchere di corridoio, foto di animaletti carini e infinite discussioni su tutto, in primis su quello che le maestre fanno o non fanno con i bambini mentre sono all’asilo.

Si va dalle banali lamentele sui grembiulini sciupati da pennarelli e colori, alle vere e proprie “spiate” su genitori che non partecipano, non si aggregano al flusso delle mamme alpha e alle infinite richieste di punti della spesa, buoni sconto e altre amenità che poco hanno a che fare con l’idea iniziale di condividere delle informazioni sui tanto beneamati scioperi e sulle entrate posticipate causa assemblee, ritardi dei pulmini, disservizi vari del comune e mancanza cronica di fondi a cui dobbiamo sempre più abituarci e a cui dobbiamo sopperire facendo man bassa nei nostri portafogli per garantire un minimo di materiale didattico ai nostri bambini.

Per questi motivi dopo poco essere stato aggiunto a questo fantomatico gruppo ho deciso di abbandonare, mi sono tolto dall’imbarazzo di dover leggere continuamente stupidate e ho fatto richiesta che le comunicazioni importanti mi vengano date solo via email, in maniera ufficiale dal dirigente scolastico.

Questa mia defezione naturalmente non è stata ben vista e i mormorii di disapprovazione non si sono fatti attendere, orde selvagge di mamme dominanti e babbi tutti casa e chiesa hanno protestato, il fatto di aver abbandonato è stato visto come disinteresse per l’attività svolta, è stato percepito come una negazione dell’impegno profuso dalla rappresentante di classe come un tradimento e una scarsa valorizzazione del suo ruolo istituzionale.

Parliamone!

Non solo sono stato lieto di fanculizzare questo gruppo tutto gattini, ricette e stelline animate ma mi pento anche di aver permesso che dei totali estranei abbiamo acquisito il mio numero di cellulare.

La cosa sconvolgente infatti è che ho ricevuto diverse chiamate da parte di diversi genitori che volevano sapere come mai avessi abbandonato il gruppo e con mio disappunto e con notevole self control ho dovuto rispondere a diversi tentativi di interrogatorio/colpevolizzazione da parte di perfetti sconosciuti che erano rimasti “basiti” dal mio comportamento “antisociale”.

Premesso che ho il diritto di comportarmi come meglio credo, penso che si stia sempre più perdendo il controllo e la vera faccia di una realtà che non deve per forza essere ad ogni costo social, in cui ogni relazione ed interazione non debba essere per forza veicolata su un’applicazione per smartphone.

Non mi scoccia aver fatto la figura dell’antisociale, mi dispiace sempre di più constatare come le persone davvero non stiano bene, come le vere relazioni umane si stiano sempre più perdendo in emozione preconfezionate fatte di like e reazioni da social, faccine di stati, immagini gattose che non esprimono niente se non una profonda banalità che viene sempre più scambiata per modernità di intenti e relazioni.

Sono un po’ basito dal vedere come molti miei coetanei che sono genitori anche loro deleghino in tutto o in parte la propria dose di socialità e comunicazione ad un cellulare e come un gruppo nato per tenersi informato nella scuola moderna si trasformi invece in un luogo virtuale in cui pettegolezzo e futilità vanno di pari passo con l’essere “presenti”.

Probabilmente sono vecchio, come mi dice sempre il mio migliore amico, io sono nato desueto, ma se per questa modernità mi devo privare del senso critico che da sempre mi spinge ad approcciarmi in maniera profonda alle cose, preferisco essere escluso.

Quello che mi preoccupa è che i nostri bambini sguazzeranno in questo mondo fatto di cose che non esistono, un mondo in cui a scuola imparano, a quattro anni, la canzone – Andiamo a comandare – di Rovazzi e non qualche bella filastrocca o qualche ballo che li aiuti a crescere in maniera spensierata.

Perchè in fondo di andare a comandare avranno tutto il tempo, sul trattore in tangenziale probabilmente non andranno mai e gli auguro davvero che per parlare con i propri amichetti usino la bocca e non i cellulari come ho visto l’altra sera a cena in una bella casa del popolo.

Tavolata di dieci ragazzine tra gli undici e i tredici anni al massimo che festeggiavano un compleanno, dieci iphone, tre bottiglie di coca e un silenzio tombale interrotto soltanto dai click dei telefoni e dalle pose assurde con le bocche a culo di gallina per farsi selfie e poterli sparare, solo dopo aver controllato che tutte fossero venute bene, su Instagram.

A guardarle mi è venuta un po’ di tristezza, ripensando a come ero io con i miei amici, a quanta confusione facevamo, a come eravamo fisici nell’approccio, osservando loro mi è sembrato che stessero perdendo qualcosa, poi, ho osservato anche i genitori che li accompagnavano e metà di loro erano piegati a loro volta sui cellulari.

Con quei maledetti pollici che spingevano dal basso verso l’alto ed ad un certo punto tutto è stato chiaro.

Una mela non cade mai troppo lontana dal proprio albero.

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